Dopo le cateratte del padre sulla testa del figlio dell’uomo ci fu un diluvio interminabile e la moria delle vacche.
Una lavata di capo per tutti.
Ci furono incendi e devastazioni, carestie e ustioni e verruche sulla pelle.
La mia genia fu condotta in schiavitù presso i Ciromanniti, un popolo bellicoso e lercio che si ciba dei vermi grassi che brulicano nelle zolle fradice. Loro ne vanno ghiotti!
Per otto anni ci hanno costretto a quel pasto orrido e sento ancora vivo lo scricchiolio sui miei denti e il nerbo sulla schiena. Quante umiliazioni la mia famiglia ha patito. Quanti vermi abbiamo sputato, quante volte abbiamo rinunciato all’unico nutrimento, e quante volte invece ho costretto i miei figli ad ingoiare quella melma che s’agitava tra le mani.
Ogni giorno scrutavo il cielo in cerca di un segno che mai è arrivato.
Dopo otto lunghi anni ci siamo accorti che non c’era nessuna schiavitù. Nessuno dei loro ci avrebbe trattenuto, eravamo liberi. La schiavitù non c’era mai stata, volevano solo farci assaggiare la loro pietanza preferita, sacra al loro dio.
Nessuno lo sapeva dei nostri, un’antica legge del padre proibisce qualsiasi dialogo con i popoli confinanti.
Così una mattina mi alzai e barcollai verso il deserto, da solo, senza famiglia.
Per anni ho vagato di villaggio in villaggio in preda alla follia, ho mendicato, mangiato serpi, ucciso, rubato e stuprato. Poi finalmente sono giunto presso di te, nella tua agiata fattoria, circondato dalla tua fortuna e dalle tue schiave procaci. Questo è il segno che cercavo.
Vedi Ezechiele come la volontà è sempre sovrana, e se adesso posso raccontare la mia storia seduto su questa terrazza a bere del vino addolcito dal miele romano e a scaldare le mie stanche ossa al sole limpido della Siria è perché il padre nostro mi ama.
Non servono grandi discorsi, le parole mentono sempre, l’inganno è diventata materia del retore e la verità inganno del debole.
Perché, devoto Ezechiele, non c’è altro a questo mondo, solo attesa e rivelazione. E la rivelazione divina se arriva è sempre tardiva.
Dopo le scatarrate del padre nostro sulla testa del figlio dell’uomo ci fu un diluvio interminabile e la moria delle vacche.
Una lavata di capo per tutti.
Così voi seduti in una gelateria in gennaio
Passate la sera.
Passate la vita a cercare di capire chi vi ha amato e chi vi ha fregato.
Una vita intera.
A dire.
La fragola così così.
Invece il torroncino è buono.
Se tu continuamente togli la suggestione, l’innesco al piacere, la pace che tutto imbeve. Se tu sottrai continuamente lo sberleffo, il moto spontaneo, la coglionaggine, l’isola artificiale.
Tutto ne consegue.
Se togli tutto ciò che ha a che fare con l’amore, con la suggestione prossima all’arte, il tuo viso si deprezza.
E io scopro, e io vedo, solo cartilagine arraffazzonata.
Dopo che ho ascoltato per due volte di seguito “Fleurs”, “Fleurs2” e “Fleurs3” di Franco Battiato, mi sono messo a piangere come un capitano di lungo corso in pensione, poi dopo aver esaurito le lacrime mi sono infilato il pigiama di flanella, ho bevuto due bottiglie di Anisette, poi ho allungato le gambe sul tavolino, e ancora ho riascoltato di nuovo tutti i tre dischi per una volta sola.
È stato tutto molto bello. Ero intimamente immerso dentro le strofe.
Mi sono tolto le calze.
Poi mi sono sparato l’alluce con lo sparachiodi di mio cognato, si chiama Alberto mio cognato. È stato bello anche sanguinare.
Insomma tutto molto bello.
Dopo i trentacinque anni non succede più.
L’evidenza delle cose svanisce, i desideri sono automatici, le spinte inerziali, l’ovvio è solo banalmente ovvio. Non ci farai più caso.
Davanti e dietro e sopra ad ogni oggetto rimbalzano i significati, e tu, ormai maturo, sembri anche intelligente.
Non capiterà più, mai più, di desiderare con tutte le proprie forze un piatto di spaghetti numero sette conditi con basilico, mozzarella, pomodoro fresco, olio e acciughe. Di desiderare solo quello e nient’altro. Di vivere con interezza quel desiderio.
Non ti capiterà mai più di soddisfare il tuo ventre molle.
Devi sapere cara Rosalba che io non sono veramente io, cioè, intendiamoci, sono io sì, ma non come pensi tu. Vedi è difficile da spiegare, e credimi sto facendo uno sforzo immane.
Cioè tu adesso mi vedi così in forma e abbronzato ma io dentro e fuori sono diverso.
Io non sono proprio io. Sono stato abbandonato su questo pianeta da un marziano tutto squamoso e verde, direi un verde scuro, un verde molto strano.
Lui mi ha detto che io sono suo figlio, che mi ha lasciato qui per salvare il pianeta dall’incuria umana e che stavo consumando tutta la riserva d’avena dell’astronave. Prima d’abbandonarmi mi ha lasciato un libretto d’istruzioni, ma è scritto in una lingua strana, e quindi non so bene cosa fare. Mi ha lasciato anche un unghia del pollice che porto sempre con me.
Adesso sono tredici anni che mio padre non si fa sentire ma io so che mi vuole bene. Mi ha lasciato un vuoto dentro difficilmente colmabile.
E questo è quanto Rosalba, adesso finalmente hai capito perché ho difficoltà a venire a pranzo dai tuoi?
C’era un periodo che da Vespa si agitava una signora piacente. S’inalberava sulla poltrona Frau e si scosciava indignata, poi guardava dietro nel videowall e sbraitava a fior di labbroni: Lei non sa che mio miononno ha trebbiato da piccolo! Perché miononno non l’avrebbe mai fatto, miononno conosceva le donne! Miononno ha marchiato a fuoco le chiappe della contessa Aldibrandi.
Ecco, per farla breve, ho notato che è l’unica persona in Italia, quando c’è da nominare Benito Mussolini, lo fa scandendo orgogliosamente Miononno!
Rendetevi conto che il gioco nel tempo è cambiato.
Stabilite priorità e annaspate, cercate solidità e trovate solo lapidi private, avete visioni parziali. Farfugliate come dei drogati senza mai aver toccato un grano d’eroina, vi fottete tra voi e poi piangete da soli in camera da letto, v’indignate per tutto e tutto poi è impegnativo. Tutto è fuori dalla vostra portata. Tutto è fuori dalla vostra angoscia.
Sentite il terrore per i vostri figli e fate precisamente quello che proibite loro.
Perciò adeguatevi.
Siete massa anche se non volete, partecipate indignati e commossi nel cortile e nessuno vi ha invitato alla festa.
Siete una massa di merda, quando ormai la merda è fuori dalla storia.